Consumo
critico
Consumare
e fare la spesa ci sembrano fatti banali che riguardano solo noi, i nostri
gusti, le nostre voglie, il nostro portafoglio, il nostro diritto a non essere
imbrogliati. Eppure il consumo è tutt’altro che un fatto privato e non può
essere affrontato badando solo al prezzo e alla qualità. Il consumo è un fatto
che riguarda tutta l’umanità perché dietro a questo nostro gesto quotidiano
si nascondono problemi di portata planetaria di natura sociale, politica ed
ambientale.
CONSUMO INQUINANTE
L’immondizia
deposta per strada accanto a bidoni traboccanti ci ricorda che i consumi
generano inevitabilmente rifiuti che a loro volta creano sempre problemi di
inquinamento. I rifiuti finali, tuttavia, sono solo un aspetto, e forse neanche
il più grave, dell’impatto ambientale provocato dai nostri consumi. Il danno
peggiore si ha durante la fase produttiva. In agricoltura l’uso massiccio di
fertilizzanti e pesticidi sta avvelenando le falde acquifere e sta rendendo
sterili vaste estensioni di terra. I liquami emessi dalle stalle industriali
alterano fiumi e terreni. I prodotti chimici che ci vengono venduti per tenere
le nostre case così linde avvelenano le zone di produzione con sostanze
tossiche di ogni tipo. La carta, che ormai utilizziamo per tutti gli scopi, sta
provocando un pauroso impoverimento di boschi e foreste a livello planetario.
Non parliamo poi dei gas prodotti dalle centrali elettriche che producono
l’energia necessaria per far funzionare l’imponente macchina industriale
della nostra società dei consumi. Ed
ecco il buco dell’ozono che si allarga e l’effetto serra che avanza.
Il
dramma è che facciamo pagare il prezzo ambientale anche a quei popoli che non
partecipano al nostro banchetto. Gli strani tumori alla pelle che stanno
comparendo nel Cile meridionale potrebbero essere il risultato del buco nello
strato di ozono che si è formato sopra l’Antartide.Ma i gas che sono
responsabili del buco provengono dalla nostra parte di mondo. Proprio a partire
dagli aspetti ambientali risulta evidente che il nostro stile di vita entra in
concorrenza con quello della gente del Sud, che ha bisogno di più cibo, più
vestiti, più mezzi di trasporto, più alloggi, più strutture sanitarie, più
macchinari. Tutto ciò richiede una crescita produttiva che il Sud potrà
attuare solo se il Nord rinuncerà a fare la parte del leone nell’uso delle
risorse e produrrà meno rifiuti. D’altronde è dimostrato che non si può
giungere ad un equilibrio tra il Nord e il Sud portando tutta la popolazione
terrestre al nostro tenore di vita, perché se tutti gli abitanti della Terra
consumassero quanto consumiamo noi, ci vorrebbero altri cinque pianeti da
utilizzare come fonti di materie prime e come discariche di rifiuti.
Il
nostro consumo danneggia i popoli del Sud non solo perché corrode i loro spazi
di sviluppo, ma anche perché contribuisce al loro sfruttamento. Un rapporto del
2002 della Commissione per i diritti umani del Kenya rivela che nelle
piantagioni di fiori, i braccianti avventizi guadagnano un salario che basta a
malapena a comprare quattro chili di farina di mais. Da una ricerca condotta nel
2002 dall’associazione belga Les Magasins du Monde-Oxfam, risulta che in
Vietnam, nelle fabbriche che lavorano per le grandi multinazionali tessili,
delle scarpe e del giocattolo, vengono pagati dei salari di base di 35 dollari
al mese, mentre servono 120 dollari per soddisfare i bisogni fondamentali di una
famiglia di tre persone. Le cose non vanno meglio neanche in Centro America.
Ecco la descrizione data nel 1998 da Neil Kearney, segretario generale del
Sindacato Internazionale Tessili, su come si lavora alla Mandarin International,
una fabbrica di confezioni situata in una zona del Salvador: “Immaginatevi
la scena: 850 operai, soprattutto donne, alcune delle quali molto giovani. La
fabbrica è calda e polverosa. Non
c’è acqua potabile e non c’è possibilità di rinfrescarsi perché i bagni
sono chiusi a chiave. Del
resto, per andare in bagno bisogna chiedere il permesso ed è consentito farlo
solo due volte al giorno per un totale massimo di otto minuti. Se
un’operaia viola questa disposizione, è inserita in una lista e dopo tre
volte viene licenziata. È proibito
parlare e sono frequenti le punizioni corporali.
A
questo punto dobbiamo scegliere. Se vogliamo sostenere il pericolo di guerre, la
distruzione del pianeta, lo sfruttamento, la corruzione, l’oppressione, allora
continuiamo a consumare alla cieca come facciamo oggi. Ma se vogliamo salvare il
pianeta, se vogliamo far crescere la giustizia, la partecipazione, la
nonviolenza, allora dobbiamo consumare meno e dobbiamo prendere le distanze
dalle imprese che si comportano in maniera iniqua. In altre parole, dobbiamo
imboccare la strada della sobrietà e del consumo critico.
Per
sostenere la nostra scelta consumista, noi del Nord, che rappresentiamo appena
il 20% della popolazione mondiale, consumiamo l’80% delle risorse della Terra.
Così condanniamo il resto dell’umanità a vivere nella povertà e ci
apprestiamo a lasciare ai nostri figli un pianeta inabitabile.Ma a ben guardare
noi siamo le prime vittime del consumismo perché siamo sommersi dai rifiuti, ci
ritroviamo addosso le malattie da sovralimentazione, siamo affetti da centomila
nevrosi a causa delle insoddisfazioni e della vita frenetica che conduciamo.
Dunque avremmo mille motivi per ricercare una forma di vita più sobria, che non
significa ritorno alla candela o alla morte per tetano.
La
sobrietà è uno stile di vita che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli
imposti, che dà alle esigenze del
corpo il giusto peso senza dimenticare le esigenze spirituali, affettive,
intellettuali e sociali della persona umana.
La
sobrietà poggia su quattro imperativi che iniziano tutti con la lettera
“R”.
Il
primo è “Ridurre”, ossia badare all’essenziale.
Il
secondo è “Recuperare”, ossia riutilizzare lo stesso oggetto finché è
servibile e riciclare tutto ciò che può essere rigenerato.
Il
terzo è “Riparare”, ossia non gettare gli oggetti al primo danno.
Ma
alla base di tutto ciò c’è un quarto imperativo: “Rispettare”.
Solo
sviluppando un profondo rispetto per il lavoro altrui, impareremo a trattare
bene le cose che ci rendono possibile la vita.
La
sobrietà impone una scelta di qualità e di quantità.
Se
selezioniamo i prodotti in base alla qualità ci rendiamo conto che molti vanno
scartati perché sono dannosi. Altri invece vanno scartati perché sono inutili.
Perciò, ogni volta che ci vien voglia di comprare qualcosa dobbiamo chiederci
se cerchiamo di soddisfare un bisogno vero o un bisogno indotto dalla pubblicità
o da altre forme di condizionamento.Rispetto ai prodotti utili, si pone un
problema di quantità. Mangiamo troppo e buttiamo via troppi avanzi; accumuliamo
troppi vestiti e ne diamo troppi allo straccivendolo; usiamo l’automobile
anche quando potremmo andare a piedi o in bicicletta.
Nel
1970, un gruppo di studiosi riuniti nel “Club di Roma” ha fatto scalpore per
aver annunciato al mondo una cosa ovvia: le risorse della Terra non sono
infinite e a questo ritmo di consumo saranno rapidamente esaurite. Ad esempio,
secondo ricerche più recenti, abbiamo ancora riserve di rame per 36 anni, di
zinco per 20 anni, di piombo per 21 anni. Un modo per evitare l’esaurirsi
delle risorse è il riciclaggio. In questo modo risolveremmo parzialmente anche
il problema dello smaltimento dei rifiuti. Evidentemente le imprese sono ancora
poco stimolate a ricorrere al materiale riciclato e ancora troppa gente trova più
facile gettare tutto in un grande sacco della spazzatura piuttosto che fare la
selezione dei rifiuti.
RECUPERARE ATTRAVERSO IL RIUTILIZZO
La
società dei consumi ci ha abituati a buttare via la roba quando è ancora
utilizzabile solo perché non è più di moda o all’avanguardia
tecnologica. Ma per battere la strada della sobrietà dobbiamo liberarci da
questi condizionamenti, imparando a tenerci la stessa roba finché è buona e
imparando a ricorrere di più al mercato dell’usato. La cultura del
riutilizzo deve ripercuotersi anche sulle imprese che, ad esempio, devono
smettere di offrirci prodotti in confezioni abbondanti e monouso che, oltre a
sprecare risorse, generano enormi quantità di rifiuti. Noi possiamo indurre le
imprese a scelte diverse privilegiando i prodotti con confezioni leggere e in
materiale riciclato, preferendo le bevande in bottiglie di vetro, acquistando
prodotti sfusi invece dei prodotti confezionati.
Riparando
si tenta di prolungare l’uso di un oggetto anche quando non sembra più in
grado di svolgere la sua funzione. Nel Sud del mondo riparare è una cosa
normale, e lo era anche da noi ai tempi dei nostri padri. Oggi, invece, è
sempre più difficile perché gli oggetti non sono costruiti per essere riparati
ma per essere sostituiti. Ma noi sforziamoci di comprare prodotti resistenti e
ostiniamoci a riparare qualunque cosa sia possibile. Così facendo creeremo
localmente dell’occupazione che non può essere messa in pericolo dalle
multinazionali. Per funzionare, il nostro sistema ha bisogno di energia, cioè
di petrolio.Il consumo pro capite di un nordamericano è 31 volte più alto di
quello di un africano. Se improvvisamente tutti i cittadini del mondo
consumassero come i nordamericani, le riserve mondiali di petrolio si
esaurirebbero in 8 anni anziché in 50. Per risparmiare energia, oltre ad usare
meno l’auto, possiamo adottare altri mille accorgimenti in ambito domestico:
scegliamo elettrodomestici più efficienti, spegniamo le lampadine quando non
siamo nella stanza, usiamo lampade fluorescenti, mettiamo i doppi vetri ed
isoliamo bene la casa. Infine, compriamo il più possibile in ambito locale per
evitare lo spreco di carburante legato ai prodotti che vengono da stabilimenti o
zone produttive lontane.
Il
mezzo miliardo di auto presenti nel Nord del mondo consuma un quarto di tutto il
petrolio prodotto a livello planetario, mentre produce l’80% del monossido di
carbonio e il 51% dell’ossido d’azoto. In altre parole, nel Nord del mondo
ci spostiamo con mezzi che non potrebbero essere utilizzati da tutti gli
abitanti del pianeta senza esaurire le risorse, rovinare l’atmosfera e
costringere ad asfaltare superfici enormi. Le alternative all’automobile sono
la bicicletta e i mezzi pubblici. L’autobus e il treno ci consentono di
viaggiare con risorse collettive incomparabilmente più basse rispetto a 50 o
500 automobili.
Ci
siamo adagiati nell’abbondanza e l’idea di essere meno ricchi ci spaventa.
Nella nostra fantasia si affacciano immagini di privazioni e di sofferenze. Il
terrore ci pervade e facciamo dietrofront verso l’«isola del più» che, pur
essendo popolata da mostri come le guerre, l’ingiustizia e il degrado
ambientale, ci dà un grande senso dì sicurezza. Ma quando siamo assaliti da
questo terrore ricordiamoci che è possibile vivere bene pur disponendo di
meno. Basta affrontare la vita con un altro spirito e ridare agli oggetti il
loro giusto valore. Per cominciare proviamo a dare più spazio al dialogo,
all’amicizia, alla riflessione, alla meditazione, perché è dimostrato che il
consumo è diventato una forma di compensazione della nostra insicurezza e della
nostra insoddisfazione affettiva, umana, sociale e spirituale.
CHI DECIDE SIAMO NOI
Ogni
volta che andiamo a fare la spesa ricordiamoci che siamo potenti e che le
imprese sono in una posizione di profonda dipendenza dal nostro comportamento di
consumatori. Noi infatti, con i nostri acquisti, abbiamo la possibilità di far
salire o scendere i loro profitti. Proprio perché le imprese hanno tanta paura
di noi, esse tentano di dominare la nostra volontà spendendo miliardi in
pubblicità. Dunque noi dobbiamo sforzarci di riappropriarci della nostra volontà
decisionale e dobbiamo rivalutare il potere che abbiamo fra le mani. Un potere
che, preso singolarmente, è certamente piccolo, ma che, moltiplicato per
milioni di persone, può condizionare le più grosse multinazionali e, al
limite, l’intero sistema.
Gli
strumenti a disposizione del consumatore per condizionare le imprese sono due:
il boicottaggio e il consumo critico. Il boicottaggio è un’azione
straordinaria e consiste nell’interruzione organizzata e temporanea
dell’acquisto di uno o più prodotti per forzare le società produttrici ad
abbandonare certi comportamenti. Fra i boicottaggi in corso nel 2003 vale la
pena citare quelli contro Nestlé e contro Exxon. Nestlé è boicottata perché
promuove nel Sud del mondo l’uso del latte in polvere, benché sia noto che in
quei paesi l’allattamento artificiale uccide, tutti gli anni, un milione e
mezzo di bambini (quasi tre al minuto).
Exxon,
che è proprietaria del marchio Esso, è boicottata perché è un fornitore
abituale dell’esercito americano e perché sostiene la campagna organizzata
dal mondo delle imprese per fare fallire l’accordo di Kyoto.
L’umanità aspetta con
trepidazione la conclusione di questo accordo perché è una misura a difesa del
clima. Ma Exxon, che di mestiere vende petrolio, non ne vuole sentir parlare
perché il protocollo vincola i paesi industrializzati a ridurre le emissioni di
anidride carbonica ossia a ridurre il consumo di petrolio.
Mentre
il boicottaggio è un’iniziativa straordinaria che si concentra su
un’impresa o su un prodotto, il consumo critico è un atteggiamento di scelta
costante che si attua su tutto ciò che compriamo ogni volta che andiamo a
fare la spesa. In concreto, il consumo critico consiste nella scelta dei
prodotti non solo in base al prezzo e alla qualità, ma anche in base
alla storia dei prodotti stessi e al comportamento delle imprese che ce li
offrono. In altre parole, il consumo critico punta a far cambiare le imprese
attraverso le loro stesse regole economiche fondate sul gioco della domanda e
dell’offerta. Infatti,
scegliendo cosa comprare e cosa scartare, non solo segnaliamo alle imprese i
comportamenti che approviamo e quelli che condanniamo, ma sosteniamo le forme
produttive corrette mentre ostacoliamo le altre.
In
definitiva, consumando in maniera critica è come se andassimo a votare ogni
volta che facciamo la spesa.
Molti
vivono il consumo critico solo come uno strumento di coerenza personale per non
compromettersi con metodi contrari alla propria coscienza. Ciò è molto
importante, ma bisogna stare attenti a non trascurare l’uso del consumo
critico come mezzo di condizionamento delle imprese. Per
questo è necessario assumere anche altre iniziative che possono rendere più
efficaci le nostre scelte di consumo. Ad esempio, è fondamentale comunicare
alle imprese i motivi per cui si è deciso di comprare o di non comprare i loro
prodotti. In questo modo esse possono conoscere le ragioni per cui i
consumatori le puniscono o le premiano e sanno quali comportamenti devono
modificare o rafforzare.
In
Italia esistono diverse centinaia di società commerciali proprietarie di
supermercati.
Da
un punto di vista sociale non ci sono supermercati che si possano definire
totalmente soddisfacenti perché nessuno di loro mette in vendita solo prodotti
che hanno una storia sociale e ambientale pulita. Non segue questa strada
neanche Coop, nei cui supermercati si trovano prodotti forniti da tutte le
imprese, comprese quelle che sono boicottate per i loro cattivi comportamenti.
Ciò nonostante dobbiamo riconoscere che Coop è la catena distributiva italiana
che mostra maggiore sensibilità nei confronti dei temi ambientali e sociali. Ad
esempio ha buone iniziative di educazione e di informazione per il consumatore,
è aperta ai prodotti del commercio equo e solidale ed ha adottato una politica
di responsabilità sociale sui prodotti a marchio proprio. Per questo vale la
pena di preferirla avendo cura di fare una costante ed energica pressione su di
essa con lettere, telefonate, incontri, affinché faccia scelte di vendita più
decise e intervenga sulle imprese produttive per imporre comportamenti più
rispettosi nei confronti dell’ambiente e dei lavoratori del Sud del mondo.