1. Introduzione
Secondo quanto dispone l'articolo 177 del trattato che istituisce la
Comunità europea, la politica della Comunità nel settore della
cooperazione allo sviluppo favorisce:
- "lo sviluppo economico e sociale sostenibile dei paesi in via di
sviluppo, in particolare di quelli più svantaggiati,
- l'inserimento armonioso e progressivo dei paesi in via di sviluppo
nell'economia mondiale,
- la lotta contro la povertà nei paesi in via di sviluppo."
Il commercio equo e solidale (C.E.S.) costituisce un esempio di come
le relazioni e le pratiche commerciali possano contribuire a colmare il
divario tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo ed a favorire
l'integrazione di questi ultimi nell'economia mondiale. Le iniziative in
materia di "C.E.S." offrono al consumatore la possibilità di
contribuire, con le sue scelte, allo sviluppo economico e sociale
sostenibile dei paesi in via di sviluppo.
Il presente documento scaturisce dall'impegno, assunto dalla
Commissione nella riunione del Consiglio del giugno 1998, di presentare
una comunicazione sul C.E.S., nonché dalla richiesta in tal senso
formulata dal Parlamento europeo (relazione Fassa). Esso definisce il
concetto di C.E.S. ed espone brevemente la situazione attuale al fine di
alimentare il dibattito sulla linea d'azione che l'Unione europea
potrebbe adottare per favorire la diffusione del C.E.S., che risponde
agli obiettivi prioritari della politica di sviluppo dell'UE enunciati
nell'articolo 177 del trattato.
La presente comunicazione costituisce pertanto un primo abbozzo di
una posizione della Commissione in materia di C.E.S., che andrà
ulteriormente precisandosi ed articolandosi con le attuali politiche
comunitarie.
2. Il Concetto di Commercio equo e solidale
Il concetto di C.E.S. si è andato sviluppando nel mondo occidentale
nel corso degli ultimi 40 anni, in risposta alla crescente
consapevolezza del fatto che i vantaggi derivanti dagli scambi e
dall'espansione del commercio non sono equamente ripartiti tra tutti i
paesi e tra i vari strati della popolazione di ciascun paese.
L'obiettivo del C.E.S. è di garantire che il prezzo pagato ai
produttori rappresenti una congrua remunerazione del loro apporto di
lavoro, competenza e risorse ed una giusta quota del profitto globale.
Questo obiettivo viene generalmente realizzato mediante l'impegno dei
partecipanti all'iniziativa di C.E.S. a pagare un prezzo equo, negoziato
caso per caso. Per le merci il cui prezzo è concordato a livello
internazionale (come il caffè e il cacao), viene fissato un prezzo
minimo tale da assicurare ai produttori un reddito superiore al prezzo
mondiale delle derrate vendute. Grazie a questa maggiorazione, i
produttori possono dotarsi di sistemi di produzione perfezionati ed
introdurre condizioni di lavoro favorevoli agli imprenditori agricoli,
ai salariati e all'ambiente.
Il C.E.S. offre ai produttori dei paesi in via di sviluppo un reddito
maggiorato e nuovi sbocchi di mercato, contribuendo così a creare
condizioni favorevoli ad una migliore tutela sociale ed ambientale nei
paesi in via di sviluppo. I cittadini europei sono tutelati dalle
legislazioni nazionali e dalla normativa comunitaria in settori quali
l'igiene e la sicurezza sul lavoro, la protezione dell'ambiente, i
diritti e gli obblighi reciproci dei lavoratori e dei datori di lavoro.
Questi diritti legali (per esempio le norme fondamentali sul lavoro
sancite dalla dichiarazione dell'OIL sui diritti fondamentali dei
lavoratori del 18 giugno 1998) non sempre sono garantiti
dall'ordinamento nazionale dei paesi in via di sviluppo ed anche se lo
sono, le condizioni economiche o altre circostanze rendono spesso
difficile il rispetto della legge. Il C.E.S. tenta di appianare queste
difficoltà promuovendo uno sviluppo economico equilibrato ed una
crescita sostenibile a partire dalla base. Esso aspira inoltre a
ridurre, almeno in parte, il divario tra paesi industrializzati e in via
di sviluppo, approfonditosi negli ultimi decenni in conseguenza della
diminuzione relativa dei prezzi delle materie prime e in particolare
delle derrate agricole.
La pratica del C.E.S. favorisce particolarmente i piccoli produttori,
soprattutto agricoltori e artigiani, i quali spesso vivono in regioni
rurali periferiche e non producono in quantità sufficiente per esportare
direttamente, cosicché dipendono da intermediari sia per la vendita dei
prodotti che per l'assunzione di credito. Alcuni di essi hanno cercato
di ridurre tale dipendenza associandosi in cooperative e mettendo in
comune risorse, attrezzature e competenze tecniche e talvolta anche
servizi collettivi come la sanità e l'istruzione. Le organizzazioni
commerciali alternative - di cui si farà menzione più avanti - possono
dare una spinta decisiva allo sviluppo di queste cooperative, con il
pagamento di un prezzo equo e con la prestazione di assistenza di vario
tipo, dall'acquisto di un fax alla consulenza in materia di
esportazioni.
Tra le iniziative di questo genere possono rientrare il pagamento di
anticipi ai produttori e l'instaurazione di rapporti contrattuali che
offrano a questi ultimi una sicurezza a lungo termine. In questo modo
viene garantita la stabilità dei redditi, il che facilita la
pianificazione e l'investimento, e i produttori possono esercitare un
maggiore controllo sulla trasformazione e commercializzazione dei loro
prodotti. Una parte del reddito può essere persino utilizzata per
accrescere la capacità, per esempio in vista della costituzione di
organizzazioni di produttori - come si è osservato in precedenza - o per
l'allestimento di strutture che permettano di aggiungere valore, come la
trasformazione del caffè. Va sottolineato che i profitti ricavati dal
C.E.S. vanno a beneficio di un'intera comunità e non di singoli
individui.
Il concetto di C.E.S. si applica principalmente agli scambi tra paesi
in via di sviluppo e paesi economicamente avanzati. Esso non incide
direttamente sui beni prodotti all'interno dell'UE, dove le norme
sociali ed ambientali sono già sancite dalla legge.
L'insieme della produzione interna, come anche i produttori e i
salariati dell'UE, godono infatti di un livello di tutela
socio-ambientale quanto meno comparabile a quello definito per il
C.E.S.
Le azioni in materia di C.E.S. sorgono per iniziativa di
organizzazioni non governative private. Esse si basano su un sistema di
incentivi, nel senso che poggiano sulla scelta dei consumatori e non
cercano di manovrare il commercio o di erigere barriere per impedire
l'accesso al mercato di taluni paesi. Il consumatore ha così la
possibilità di elevare il tenore di vita dei produttori nei paesi in via
di sviluppo grazie ad un approccio sostenibile ed orientato verso il
mercato.
Va rilevato che, se il C.E.S. può essere considerato come una forma
di "commercio leale", di solito il termine viene utilizzato per
designare pratiche commerciali non solo moralmente corrette, ma
specificamente intese a rafforzare la posizione economica dei piccoli
produttori che altrimenti rischiano di trovarsi marginalizzati dai
flussi di scambio convenzionali. Si parla più propriamente di "commercio
leale" o di "pratiche commerciali moralmente corrette" in riferimento
alle attività delle società multinazionali operanti nei paesi in via di
sviluppo (per esempio codici di condotta), intese a dimostrare le loro
responsabilità etiche e sociali nei confronti dei dipendenti o dei
soci.
3. Come funziona in pratica il commercio equo e solidale?
I prodotti commercializzati secondo i criteri sopra esposti seguono
diversi canali per raggiungere il consumatore, tutti sviluppatisi per
iniziativa privata. I più frequenti sono il movimento C.E.S.
tradizionale - comprendente le organizzazioni di distribuzione
alternative - e le iniziative in materia di marchi. Possono tuttavia
richiamarsi al C.E.S., almeno per certi prodotti, anche singole ditte o
dettaglianti non affiliati ad alcuna organizzazione.
3.1. Il movimento commercio equo e solidale tradizionale
Il concetto di C.E.S. è stato formulato inizialmente da
organizzazioni non governative (ONG) interessate agli scambi e allo
sviluppo. Le prime iniziative di questo genere sono consistite nella
creazione di organizzazioni commerciali alternative o "imprese per il
C.E.S.". Spesso sorte per iniziativa di associazioni religiose o
caritative, molte di queste organizzazioni sono poi diventate società
indipendenti.
La filosofia che sta alla base di questo movimento consiste
nell'intrecciare relazioni commerciali con produttori e fornitori dei
paesi in via di sviluppo fondate sui principi del C.E.S.
L'organizzazione importatrice reperisce i prodotti alla fonte, li
importa e li commercializza secondo vari metodi, tra cui la vendita
diretta nelle cosiddette "botteghe del mondo" o tramite altre ONG o
associazioni confessionali, la vendita per corrispondenza, ecc.
Le operazioni commerciali di questo tipo sono improntate, in tutti i
loro aspetti, all'etica del C.E.S. Il ricavato della vendita viene
trasferito in massima parte ai produttori e l'eventuale profitto è
spesso devoluto a favore di progetti di sviluppo, mentre in altri casi
si tratta semplicemente di normali operazioni commerciali. La maggior
parte dei prodotti commercializzati tramite le botteghe del mondo non
sono contraddistinti da un marchio speciale, ma vengono acquistati in
base alla fiducia. Il nome e la reputazione dell'organizzazione sono di
per sé una garanzia per il consumatore circa la conformità del prodotto
e della prassi commerciale ai principi del C.E.S. Esistono tuttavia
determinati criteri di discernimento e viene esercitato un certo
controllo da parte delle organizzazioni stesse o dei loro associati nei
paesi in via di sviluppo.
3.2. Iniziative in materia di marchi
Il secondo canale di commercializzazione, nato nei Paesi Bassi nel
1988 e da allora sviluppatosi costantemente, è quello della
certificazione del C.E.S. In questo caso, l'obiettivo perseguito è
quello di utilizzare i normali circuiti di distribuzione, in modo da
favorire la diffusione dei prodotti in questione e renderli più
accessibili al consumatore. Non si tratta più, quindi, di uno stretto
rapporto di fiducia tra produttore e venditore come nel caso del
movimento C.E.S. tradizionale. Importatori e distributori sono normali
ditte commerciali ed i prodotti sono venduti nei comuni spacci al
dettaglio, provvisti però di un marchio C.E.S., conferito da un'apposita
agenzia di certificazione, il quale attesta il rispetto dei principi del
C.E.S. a tutti gli stadi della produzione e della catena di
commercializzazione. Nell'Unione europea sono in uso quattro marchi
C.E.S.: "Max Havelaar", "Transfair", "Fairtrade Mark" e "Rättvisemärkt".
Gli organismi di certificazione - dello stesso nome dei rispettivi
marchi - sono tutti affiliati alla FLO (Fair Trade Labelling
Organisations International), che svolge un coordinamento a livello
europeo ed internazionale. Le agenzie di certificazione fissano i
criteri che devono essere rispettati affinché un prodotto possa recare
il marchio C.E.S. Tali criteri, armonizzati a livello internazionale,
sono stati elaborati sulla scorta di strumenti internazionali come le
convenzioni dell'OIL e le raccomandazioni contenute nell'Agenda 21
dell'ONU. Essi si riferiscono, tra l'altro, alle condizioni di lavoro,
alla prevenzione della contaminazione dei fiumi e dell'acqua potabile
con antiparassitari, alla salvaguardia degli ecosistemi naturali, ecc.
Per ogni prodotto vengono attualmente definiti criteri specifici, in
modo da tener conto delle peculiarità dei singoli sistemi di produzione
e di commercializzazione.
Produttori e commercianti possono rivolgersi alle agenzie di
certificazione per ottenere l'autorizzazione ad apporre il marchio
C.E.S. sui loro prodotti. Il marchio è conferito ai prodotti importati
da paesi in via di sviluppo e acquistati direttamente presso i
produttori, per i quali l'agenzia abbia accertato che sono stati
rispettati i criteri C.E.S. in materia di produzione e di
commercializzazione. I produttori e gli importatori che ottemperano ai
criteri C.E.S. sono iscritti in appositi registri internazionali. Gli
operatori che desiderano commercializzare i prodotti del C.E.S. sono
tenuti ad acquistarli da fonti certificate e a rispettare i requisiti di
controllo pertinenti nell'esercizio della loro attività commerciale.
Le agenzie di certificazione sono responsabili della regolare
sorveglianza dei produttori, importatori e commercianti che utilizzano i
marchi C.E.S., per accertare che i criteri siano debitamente
applicati.
I regimi di certificazione del C.E.S. sono finanziati con la tassa di
licenza pagata dagli operatori che commercializzano i prodotti C.E.S.
Questo tributo è proporzionato al fatturato e al volume di vendite. Le
agenzie di certificazione tendono ad autofinanziarsi con le tasse di
licenza, ma l'autonomia finanziaria può essere raggiunta soltanto quando
il volume delle importazioni e delle vendite acquista proporzioni
sufficienti, dato che le tasse di registro e di licenza devono essere
fissate ad un livello tale che la certificazione sia economicamente
conveniente per gli importatori e i commercianti e che i produttori
possano ricavare benefici supplementari dalla partecipazione al C.E.S.
All'inizio, quindi, le agenzie possono registrare un bilancio negativo e
molte di esse sono sovvenzionate da altre fonti, governative o
private.
L'imballaggio reca un simbolo C.E.S., attestante che le pratiche di
produzione e di commercializzazione sono conformi ai criteri del
C.E.S.
Il marchio C.E.S. viene ad aggiungersi ad ogni altro requisito
in materia di etichettatura e d'informazione, come le indicazioni
concernenti la qualità e l'origine, che sono disciplinate dalle normali
disposizioni di legge.
3.3. Principali organizzazioni che partecipano al commercio equo e
solidale
NEWS (Network of European World Shops): creata nel 1994,
raggruppa le federazioni delle botteghe del mondo di 13 paesi europei
(tutti gli Stati membri ne fanno parte eccetto il Lussemburgo, il
Portogallo e la Grecia; ne è membro anche la Svizzera). Non tutte le
botteghe del mondo aderiscono ad una federazione, la situazione varia
secondo i paesi: in alcuni, tutte le botteghe fanno parte di un'unica
federazione, in altri l'adesione è parziale, in altri ancora esiste una
pluralità di federazioni o di singoli consorzi. Oltre alla loro funzione
principale di punti di vendita, le botteghe svolgono anche opera di
sensibilizzazione attraverso attività varie, come l'organizzazione di
giornate del C.E.S. NEWS coordina tutte queste attività.
EFTA (European Fair Trade Association): creata in via
informale nel 1987 e ufficialmente registrata come fondazione europea
nel 1990, essa rappresenta 12 importatori di 9 paesi d'Europa (8 Stati
membri - Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna
e Regno Unito - e la Svizzera). Le botteghe del mondo si riforniscono
generalmente presso importatori nazionali con cui hanno particolari
legami. L'EFTA totalizza il 60% delle vendite del settore.
IFAT (International Federation for Alternative Trade): fondata
nel 1989 da organizzazioni commerciali alternative africane, asiatiche,
australiane, giapponesi, europee, nordamericane e sudamericane, l'IFAT è
un organismo di promozione del C.E.S. e d'interscambio di informazioni,
che provvede a mettere in contatto produttori agricoli e artigiani del
Sud con organizzazioni sia del Nord che del Sud.
FLO (Fair Trade Labelling Organisations International):
fondata nel 1997, FLO International coordina le iniziative in materia di
certificazione del C.E.S., elabora criteri internazionali C.E.S. per
ciascun prodotto e presiede al controllo dell'osservanza di tali criteri
da parte di produttori e commercianti. Questa organizzazione funge da
"ombrello" per le varie agenzie di certificazione C.E.S. operanti a
livello nazionale, ad essa affiliate. Attualmente ne esistono quattro
(cfr. sopra), presenti in 12 Stati membri. Queste agenzie tengono un
registro comune delle organizzazioni di produttori, nel quale sono
iscritti 300 produttori di 29 paesi.
Mentre NEWS, EFTA e IFAT fanno parte del movimento C.E.S.
tradizionale, la FLO si occupa esclusivamente di marchi. Il movimento
C.E.S. tradizionale e gli organismi di certificazione sono tra loro
interdipendenti, poiché il 50% circa dei prodotti recanti il marchio
C.E.S. è venduto attraverso sbocchi commerciali alternativi, come le
botteghe del mondo, o per corrispondenza. Inoltre, il coordinamento
svolto dalla rete delle botteghe del mondo a livello locale sostiene e
promuove anche i prodotti certificati, i quali non dispongono dei mezzi
e delle strutture necessarie per realizzare un'adeguata promozione
commerciale.
Nel 1998 queste organizzazioni hanno fondato FINE, una struttura
informale avente come scopo lo scambio di informazioni, il coordinamento
e la definizione di criteri uniformi.
4. Il commercio equo e solidale nell'Unione Europea
4.1. Attività commerciale
All'inizio, la maggior parte dei prodotti C.E.S. disponibili in
Europa erano importati da organizzazioni commerciali alternative e
venduti in negozi specializzati, come le botteghe del mondo. Tali
organizzazioni rimangono tuttora un importante canale di
commercializzazione dei prodotti del C.E.S. e rappresentano una
proporzione elevata delle vendite. I negozi di questo tipo sono gestiti
per la maggior parte a livello locale da volontari. In tutta Europa
esistono più di 3.000 botteghe del mondo e 70.000 punti di vendita, con
un totale di circa 100.000 volontari. Tutti questi spacci svolgono un
ruolo importante anche dal punto di vista della sensibilizzazione ai
problemi dello sviluppo e della diffusione del concetto di C.E.S. In
tutti gli Stati membri dell'UE in cui esistono marchi C.E.S. (ossia
tutti tranne Spagna, Portogallo e Grecia), questo concetto sta già
guadagnando la filiera di distribuzione convenzionale e diversi prodotti
C.E.S. possono essere acquistati anche nei supermercati.
Non solo, ma certi supermercati hanno ottenuto il marchio C.E.S. per
i prodotti della loro marca esclusiva.
I prodotti attualmente venduti nell'Unione europea attraverso le
varie iniziative di C.E.S. (sia le organizzazioni alternative che gli
organismi di certificazione) sono principalmente caffè, manufatti
artigianali (tra cui tessili e abbigliamento), tè, cioccolato, frutta
secca, miele, zucchero e banane. Gli unici prodotti che attualmente
recano il marchio C.E.S. sono caffè, cacao, tè, banane, zucchero e
miele. Secondo le stime, il fatturato del C.E.S. nell'Unione europea si
aggirava intorno a 175 milioni di EUR nel 1994 e tra i 200 e i 250
milioni di EUR nel 1997.
Di questo fatturato globale, il 60% circa è costituito da prodotti
alimentari, di cui il caffè rappresenta a sua volta la metà. Tuttavia,
il caffè C.E.S. rappresenta appena il 2% di tutto il caffè
commercializzato nell'UE. Quanto alle banane, che sono entrate nel
circuito del C.E.S. più recentemente rispetto al caffè, esse detengono
una fetta ancora marginale (0,2% circa) del mercato europeo della
banana.
4.2. Attività politica
Oltre all'attività commerciale, gli ultimi anni hanno visto
intensificarsi nell'UE anche l'attività politica intorno al tema del
C.E.S. Nel gennaio 1994, il Parlamento europeo ha adottato una
risoluzione sulla promozione del C.E.S. fra Nord e Sud, nella quale si
esorta la Comunità europea a prendere iniziative a sostegno del C.E.S.,
a stanziare fondi a questo scopo e ad inserire il C.E.S. nella politica
comunitaria di cooperazione allo sviluppo. Sempre nel 1994, la
Commissione ha pubblicato un documento sul commercio alternativo, nel
quale esprime il suo appoggio al potenziamento del C.E.S. nel Sud come
nel Nord. Nel 1996, il Comitato economico e sociale ha emesso un parere
in merito al movimento "European Fair Trade marking", che, nelle
conclusioni, accoglie con favore lo sviluppo di iniziative in materia di
marchi "Fair trade" ed esorta la Commissione a creare un'apposita linea
di bilancio per finanziare attività nel campo del C.E.S. Questo invito è
stato reiterato dalla relazione sul C.E.S., adottata dal Parlamento
europeo nel 1998, la quale formula anche una serie di proposte per
ulteriori interventi della Commissione a sostegno del C.E.S.
Oltre all'interesse suscitato dalla problematica del C.E.S. in
generale, un animato dibattito è sorto per iniziativa di politici,
organizzazioni non governative e gruppi di pressione intorno alla
specifica questione del commercio leale delle banane. Sia il Parlamento
europeo che il Consiglio dei ministri hanno interrogato la Commissione
sulle sue intenzioni riguardo alle banane "fair trade" e quest'ultima si
è impegnata ad esaminare le possibili misure da adottare in materia.
Infine, nell'ottobre 1997 l'assemblea paritetica UE-ACP ha adottato una
risoluzione in cui si invita la Commissione a prendere disposizioni per
agevolare la commercializzazione di banane "fair trade" nell'Unione
europea.
4.3. Interesse dei consumatori
Un'indagine effettuata da Eurobarometro nel 1997 per conto della
Commissione ha misurato il livello d'interesse dimostrato dal pubblico
per i prodotti C.E.S.
Nell'insieme, l'11% della popolazione dell'UE ha già acquistato
prodotti C.E.S., con ampie variazioni da un paese all'altro, che vanno
dal 3% in Portogallo e Grecia al 49% nei Paesi Bassi.
Il sondaggio ha rivelato inoltre che quasi i tre quarti (74%) della
popolazione dell'UE acquisterebbero volentieri banane "fair trade" se
queste fossero in vendita nei negozi a fianco delle banane
convenzionali. Il 37% dei consumatori si dichiara disposto a pagare il
10% in più del prezzo normale delle banane per un prodotto di qualità
equivalente ottenuto in conformità ai criteri del C.E.S.
Da un'analisi più approfondita dei risultati dell'indagine si deduce
che coloro che hanno già fatto l'esperienza dei prodotti C.E.S. sono
molto più propensi ad acquistare le banane "fair trade", anche ad un
prezzo più elevato. Più di 9 consumatori su 10 (ossia il 93%) che hanno
già acquistato prodotti C.E.S. sono disposti a comprare banane "fair
trade" e 7 acquirenti su 10 (70%) accetterebbero di pagare un prezzo
maggiorato del 10% o più.
Risulta inoltre che i dettaglianti si rendono sempre più consapevoli
e cercano di soddisfare la domanda dei clienti quanto alle garanzie
relative alle condizioni di produzione delle merci vendute.
5. Attività in corso a sostegno del commercio equo e solidale
5.1. Aiuto finanziario alle organizzazioni che praticano il
commercio equo e solidale
La Commissione ha già concesso, in misura limitata, sussidi a favore
di attività svolte da organizzazioni non governative nel campo del
C.E.S. nell'Unione europea, come pure ad associazioni di produttori nei
paesi in via di sviluppo. Questi finanziamenti sono stati erogati per la
maggior parte nell'ambito della linea di bilancio B7-6000 e, in misura
minore, della linea B7-6200. Per il momento le iniziative in materia di
C.E.S. e di commercio leale sono raggruppate alla voce "commercio
alternativo".
A titolo di queste linee di bilancio, hanno finora beneficiato di
contributi della Comunità:
- gli organismi di certificazione del marchio C.E.S., per
attività volte a promuovere nuove linee di prodotti, tra cui caffè,
cacao, banane e succo d'arancia. Le attività consistono
prevalentemente in campagne di sensibilizzazione dei consumatori e
azioni didattiche. Attualmente la Commissione cofinanzia tutti gli
organismi di certificazione dell'UE,
- le botteghe del mondo; le attività sovvenzionate variano
secondo le esigenze delle organizzazioni interessate. La maggior parte
di esse ha come attività principale la vendita di prodotti, sicché i
contributi erogati dalla Commissione sono finalizzati per lo più alla
creazione di capacità e ad attività promozionali,
- l'EFTA per spese di patrocinio, ricerca, sensibilizzazione
e promozione.
La Comunità sovvenziona anche altre ONG, non direttamente associate
alle organizzazioni C.E.S., ma che possono svolgere occasionalmente
alcune attività inerenti al C.E.S.
Oltre a queste attività negli Stati membri, la Commissione ha
finanziato progetti nei paesi in via di sviluppo.
Il numero di domande di finanziamento presentate nel settore del
C.E.S. e del commercio leale, nonché la loro proporzione rispetto alla
spesa totale, sono in costante aumento da alcuni anni. Negli ultimi
cinque anni sono stati stanziati 9 milioni di EUR per attività
didattiche e di sensibilizzazione. Nel 1997, la Commissione ha stanziato
2.911.511 EUR a titolo della linea di bilancio B7-6000 a sostegno di 15
progetti di sensibilizzazione al C.E.S. Per il 1998 è stata proposta una
somma di circa 3.700.000 EUR per progetti relativi sia al C.E.S. che al
commercio leale.
I criteri di assegnazione dei finanziamenti in questo settore non
coprono l'intera gamma di interventi posti in essere nell'Unione europea
per far arrivare i prodotti C.E.S. sulla tavola del consumatore. Se, per
esempio, sono ammesse le azioni pubblicitarie volte a propagare il
concetto di C.E.S. in generale, non è invece possibile promuovere un
determinato prodotto C.E.S. in particolare. Ciò limita notevolmente
l'utilità di questi stanziamenti per le ONG che vorrebbero lanciare un
prodotto C.E.S. sul mercato dell'UE, dal momento che la promozione
rappresenta un'ampia quota dell'investimento necessario per simili
operazioni.
5.2. Altri contributi finanziari
Negli ultimi quattro anni, la Comunità ha sostenuto anche tre
progetti per il consumo socialmente responsabile che comprendono alcune
iniziative in materia di C.E.S. Due di questi progetti, concernenti la
sensibilizzazione dei consumatori, sono già stati ultimati, mentre il
terzo, consistente nell'elaborazione di una guida del consumatore alla
"spesa sostenibile", sarà finalizzato nel corso del 1999. Questi
progetti, che rientrano nelle linee di bilancio B5-1000 e B5-1050, sono
complessivamente dotati di circa 140.000 EUR.
Nella linea di bilancio B7-3000, la Commissione ha stanziato 990.000
EUR per un programma di assistenza alimentare, medica e scolastica ai
bambini impiegati nell'industria dei tappeti in Pakistan, programma che
fruirà di altri 3 milioni di EUR in futuro.
Parimenti, 4 milioni di EUR andranno a beneficio di progetti analoghi
nel Nepal e in India, nell'ambito della linea di bilancio B7-7070.
Nel settore specifico delle banane, nell'aprile 1999 il Consiglio ha
adottato un regolamento del Consiglio che stabilisce un quadro di
sostegno ai fornitori di banane ACP tradizionali. In questo regolamento
si accenna alla possibilità di finanziare iniziative in materia di
C.E.S.
5.3. Normativa
Nel perseguimento dell'obiettivo primordiale di conseguire uno
sviluppo sostenibile, la Comunità si è impegnata ad incorporare le
considerazioni ambientali nelle altre politiche e tende a calcare
l'accento anche sugli aspetti sociali della globalizzazione
dell'economia. Sulla scia del vertice di Copenaghen, l'Unione europea ha
dichiarato la propria intenzione di prestare maggiore attenzione agli
aspetti sociali della globalizzazione degli scambi. Essa si adopera
effettivamente per rimediare alle iniquità esistenti in campo sociale in
tutto il mondo.
Per tradurre in pratica questi ideali, l'Unione europea ha cominciato
col sancire, nella propria normativa in materia di scambi con i paesi
terzi, il principio di ricompensare con incentivi commerciali il
rispetto di un minimo di condizioni sociali e ambientali.
Il sistema UE di preferenze tariffarie generalizzate (SPG), istituito
dai regolamenti del Consiglio n. 3281/94 (per il settore industriale) e
n. 1256/96 (settore agricolo) nei riguardi dei prodotti originari dei
paesi in via di sviluppo, prevede la concessione di speciali incentivi,
sotto forma di preferenze aggiuntive, ai paesi il cui ordinamento
giuridico interno ottempera a determinate condizioni minime d'ordine
sociale e ambientale.
In conformità con questi regolamenti, nel giugno 1997 la Commissione
ha presentato al Consiglio una relazione sui risultati degli studi
condotti in varie sedi internazionali in merito ai nessi tra commercio
internazionale, condizioni sociali e ambiente. Alla luce della sintesi
effettuata dal Consiglio sulla base di detta relazione, la Commissione
ha presentato, nell'ottobre 1997, una proposta che introduce riduzioni
tariffarie aggiuntive e stabilisce le modalità di applicazione dei
regimi speciali di incentivazione della tutela dei diritti dei
lavoratori e della protezione ambientale. Il 25 maggio 1998, il
Consiglio ha adottato il regolamento (CE) n. 1154/98 relativo
all'attuazione di detti regimi speciali.
Per poter beneficiare del regime di incentivazione sociale, il paese
esportatore deve conformarsi alle norme sancite dalle convenzioni
dell'Organizzazione internazionale del lavoro nn. 87 e 98, riguardanti
l'applicazione dei principi del diritto di organizzazione e di
contrattazione collettiva, e n. 138, concernente l'età minima di
ammissione al lavoro.
Nel dicembre 1998, il Consiglio ha rinnovato il sistema SPG, compresi
i regimi generali e speciali di incentivazione, per un nuovo triennio,
cioè fino al 31 dicembre 2001.
Il regime di incentivazione ambientale si applica ai paesi che si
conformano alle norme dell'Organizzazione internazionale per i legni
tropicali (ITTO) e riguarda quindi unicamente i manufatti industriali
ottenuti da legni tropicali o i prodotti non lignei provenienti dalle
foreste tropicali gestite secondo le norme dell'ITTO, che per il momento
sono le uniche norme ambientali internazionalmente riconosciute in
materia.
5.4. Altre attività connesse: commercio leale/codici di
condotta
La New Economics Foundation ha effettuato, per conto della
Commissione, uno studio sull'uso dei "marchi sociali" come mezzo di
diffusione del commercio leale. Questo studio, i cui risultati sono
stati pubblicati nel novembre 1998, passa in rassegna i vari tipi di
marchi sociali in uso, dalle iniziative unilaterali di singoli
fabbricanti per i prodotti della loro marca ai marchi riconosciuti da
organismi indipendenti, come il C.E.S., o quelli autorizzati dai governi
o da istanze pubbliche, come l'"Eco-label" dell'Unione europea, anche se
non si tratta di un marchio sociale. Lo studio definisce anche i
presupposti di un marchio efficace, come chiarezza, fiducia, impatto. Se
ne conclude che "i marchi sociali rappresentano uno dei mezzi possibili
per stimolare mutamenti sociali positivi attraverso le forze di mercato"
e che "per promuovere il commercio leale è preferibile il metodo del
portafoglio anziché una politica pubblica incentrata esclusivamente o
affatto sullo sviluppo di un marchio sociale". Infine, lo studio
sottolinea che "i marchi sociali meritano l'appoggio dell'UE, in
particolare per promuovere presso l'opinione pubblica la comprensione
delle problematiche che ne sono all'origine".
Le imprese - in particolare nei settori del commercio, dei
tessili/abbigliamento, delle calzature, degli articoli sportivi e dei
giocattoli, nonché quelle produttrici di materie prime - diventano
sempre più coscienti di queste problematiche e molte di esse hanno già
adottato codici di condotta.
Tra le altre iniziative intraprese a livello europeo dal 1995 si
annoverano dichiarazioni comuni e codici di condotta sui diritti
fondamentali dei lavoratori (nel commercio e nei settori
tessile-abbigliamento-calzature) emanati dalle parti sociali nel quadro
del dialogo tra rappresentanti dei datori di lavoro e dei lavoratori a
livello settoriale. L'UE ha inoltre organizzato, il 20 febbraio 1998 a
Bruxelles, un seminario congiunto con il ministero del lavoro degli
Stati Uniti sulle condizioni di lavoro e i codici di condotta, seguito
da un ulteriore incontro presso il suddetto ministero a Washington D.C.,
il 10-11 dicembre 1998.
La necessità di controllare l'applicazione dei codici di condotta, il
coinvolgimento di tutte le parti interessate e i requisiti fondamentali
di ogni codice di condotta sono i principali argomenti discussi in
occasione di un seminario organizzato dalla Commissione il 25 novembre
1998. La commissione del Parlamento europeo per lo sviluppo e la
cooperazione ha invitato la Commissione a prendere in considerazione
l'opportunità di istituire un osservatorio europeo nel progetto di
relazione sulle "norme UE per le imprese europee operanti nei paesi in
via di sviluppo: verso un codice di condotta europeo ed un osservatorio
europeo" (relazione Howitt). Nella relazione viene proposto altresì che
il Parlamento europeo funga da osservatorio provvisorio. La commissione
per le relazioni esterne, dal canto suo, ha invitato la Commissione ad
elaborare un modello di codice di condotta europeo (relazione Sainjon).
Il Parlamento europeo ha adottato la relazione Sainjon - con alcune
modifiche ed emendamenti - il 13 gennaio 1999 e la relazione Howitt il
15 gennaio 1999.
6. Commercio equo e solidale, Omc e globalizzazione degli
scambi
E' innegabile che gli scambi commerciali rappresentano una fonte
essenziale di ricchezza.
L'espansione dei flussi commerciali su scala mondiale determina
un'accresciuta accumulazione di ricchezza, il che spiega l'impegno delle
potenze commerciali del mondo a favorire tale espansione, abolendo le
barriere che ostacolano gli scambi. Questo fenomeno ha tra l'altro
consentito a diversi paesi a basso reddito di sviluppare rapidamente la
loro economia in tempi relativamente brevi. Il sistema di commercio
multilaterale persegue esplicitamente l'obiettivo di far beneficiare dei
vantaggi della liberalizzazione anche i paesi a sviluppo incipiente.
Questo processo di riduzione delle barriere commerciali, attuato nei
successivi "round" del GATT [7], è culminato nel 1995 nella fondazione
dell'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), tra le cui finalità si
annovera:
… "elevare il tenore di vita, garantire la piena occupazione …
consentendo un utilizzo ottimale delle risorse mondiali in conformità
con l'obiettivo dello sviluppo sostenibile, nell'intento di proteggere e
preservare l'ambiente in modo compatibile con le esigenze delle nazioni
nei diversi stadi dello sviluppo economico;
riconoscendo inoltre che
occorrono sforzi positivi per ottenere che i paesi in via di sviluppo,
specialmente i meno avanzati, possano partecipare alla crescita del
commercio internazionale in proporzione commisurata alle necessità del
loro sviluppo economico".
La Commissione aderisce pienamente alle finalità e agli obiettivi
dell'OMC. Un contesto multilaterale più aperto per gli scambi
commerciali rappresenta infatti un mezzo di accrescimento della
ricchezza e del benessere delle nazioni e dei loro abitanti.
L'istituzione di un sistema commerciale più liberale ha tuttavia
sollevato dubbi circa la capacità di taluni paesi in via di sviluppo di
beneficiare appieno di questo ambiente commerciale più aperto. Per
questo motivo, i firmatari della dichiarazione di Marrakesh, con cui è
stata istituita l'OMC, hanno dichiarato l'intenzione di continuare a
sostenere e ad agevolare l'espansione del commercio e delle possibilità
d'investimento dei paesi meno avanzati, nonché di sorvegliare l'impatto
dell'Uruguay Round sulle economie fragili.
Il presupposto fondamentale del C.E.S. è quello di consentire ai
produttori dei paesi in via di sviluppo di cogliere le opportunità
offerte dalla mondializzazione del commercio e di trarne profitto.
Le iniziative nel campo del C.E.S. funzionano grazie ad una
partecipazione volontaria. Da una parte, i consumatori creano una
domanda di prodotti C.E.S. mediante le loro scelte di acquisto e,
dall'altra, i produttori e i distributori disposti a partecipare cercano
di soddisfare tale domanda attraverso l'offerta di prodotti rispondenti
ai requisiti del C.E.S., a vantaggio dei produttori primari.
Fintantoché le iniziative C.E.S. restano a carattere privato e
vengono realizzate a titolo volontario, il C.E.S. può considerarsi
compatibile con un sistema commerciale multilaterale non
discriminatorio, in quanto non impone restrizioni alle importazioni od
altre forme di protezionismo. Le iniziative C.E.S. agiscono alla stregua
di un meccanismo di mercato che offre una scelta più ampia sia ai
produttori che ai consumatori, dal momento che il loro successo,
soprattutto nel caso dei prodotti commercializzati con il marchio C.E.S.
attraverso i normali circuiti di distribuzione, dipende dalla domanda di
mercato.
Se i governi volessero introdurre provvedimenti normativi basati sul
concetto di C.E.S., essi dovrebbero tenere conto degli obblighi
derivanti dalla loro appartenenza all'OMC, assicurando in particolare la
trasparenza e il carattere non discriminatorio di tali
provvedimenti.
Una nuova tornata di negoziati commerciali nell'ambito dell'OMC
prenderà l'avvio in un prossimo futuro. La Comunità auspica che essa sia
di ampia portata, con un ordine del giorno completo ed equilibrato, che
chiami in causa tutti i membri dell'OMC. Uno degli obiettivi primordiali
dell'UE in questo contesto è di ottenere che la liberalizzazione degli
scambi sia pienamente compatibile con lo sviluppo sostenibile e
favorisca ovunque il miglioramento del tenore di vita e la protezione
dell'ambiente su scala mondiale.
7. Considerazioni per un sostegno dell'Unione europea alle attività
del commercio equo e solidale
Crescita del commercio equo e solidale
Mentre, da un lato,
il movimento C.E.S. si sta schierando sempre più sotto l'egida della
FINE, dall'altro continuano a sorgere e a svilupparsi iniziative di
questo genere a vari livelli. Tuttavia, un numero crescente di imprese,
indipendenti da queste organizzazioni, avanzano pretese di
partecipazione unilaterale alla filiera del C.E.S. o si basano su codici
di condotta elaborati in maniera autonoma e isolata.
Occorre favorire
in modo coerente lo sviluppo sia delle pratiche commerciali leali, sia
del C.E.S. vero e proprio.
Definizione
Le difficoltà inerenti al C.E.S. derivano in
parte dal fatto che attualmente non esiste alcuna definizione giuridica
di questo concetto, il quale si presta dunque ad interpretazioni
abusive. Peraltro, una definizione unica nell'ambito della FINE è stata
raggiunta soltanto recentemente, a metà 1999. Inoltre, manca un marchio
o contrassegno uniforme che distingua chiaramente i prodotti C.E.S.
Criteri
I criteri per i prodotti C.E.S. tendono a variare
secondo i prodotti, le organizzazioni e le ditte. Il movimento nel suo
insieme - e soprattutto la FINE - ha iniziato un lavoro di elaborazione
di criteri comuni. La relazione Fassa ha proposto una serie di criteri
minimi per il C.E.S. Con il moltiplicarsi di iniziative e di marchi
C.E.S., diventa sempre più necessario definire linee direttrici in
materia di criteri C.E.S., elaborate di comune accordo da tutte le parti
interessate. Tali criteri avrebbero la funzione, da un lato, di
prevenire le iniziative infondate e fuorvianti e, dall'altro, di
favorire la partecipazione dei piccoli produttori. In un primo tempo, si
dovrebbero sostenere gli sforzi delle ONG per potenziare la capacità
degli organismi di certificazione C.E.S. riguardo alla definizione di
criteri per la certificazione e l'etichettatura, affinché questi siano
il più possibile trasparenti ed il loro rispetto sia conseguentemente
verificabile.
Scelta del consumatore: criteri e controllo
E' necessario
che le iniziative e i marchi C.E.S. raggiungano gli obiettivi perseguiti
nei confronti dei produttori dei paesi in via di sviluppo e, nel
contempo, offrano ai consumatori la possibilità di scegliere con buona
cognizione di causa. Occorre quindi esaminare attentamente il modo in
cui simili iniziative e marchi sono attualmente legittimati, verificati
e controllati dalle organizzazioni C.E.S., da organismi indipendenti o
da altre istanze. Sulla base di tale accertamento, occorrerà poi
considerare gli opportuni miglioramenti da apportare ai sistemi di
sorveglianza, verifica e controllo delle iniziative e dei marchi C.E.S.,
senza tralasciare il fattore costo, che può influire in misura
determinante sulla competitività dei prodotti in questione. La direttiva
sulla pubblicità falsa e tendenziosa, per esempio, offre una possibilità
di controllo e di verifica a posteriori, ad efficace tutela del
consumatore. Si dovrebbe inoltre pensare ad istituire un organo di
controllo indipendente o un sistema di riconoscimento ufficiale.
Informazione dei consumatori
Ai fini dell'ulteriore
sviluppo delle iniziative in materia di C.E.S., occorre che i
consumatori siano meglio informati della disponibilità di questi
prodotti e del significato dei marchi C.E.S.
Partecipazione volontaria
La partecipazione a qualunque
progetto di C.E.S. deve rimanere volontaria.
Compatibilità con l'OMC
Al momento di intraprendere o
sostenere ulteriori iniziative di C.E.S., la Comunità terrà conto degli
obblighi contratti in seno all'OMC. I progetti C.E.S. dovrebbero servire
da incentivo commerciale costruttivo e volontario per migliorare le
condizioni socio-ambientali nel senso dello sviluppo sostenibile.
Dialogo con il movimento per il Commercio equo e
solidale
Il dialogo con il movimento C.E.S. dovrebbe essere
formalizzato con la creazione di un'idonea piattaforma di consultazione,
che consenta di affrontare in modo permanente le problematiche trattate
nella presente comunicazione ed il sostegno dell'UE allo sviluppo del
C.E.S.